Benvenuto Ministro Bianchi

Pubblicato da Chiesa Evangelica CERBI di Ferrara il

A proposito di scuola un articolo di Lidia Goldoni insegnante dell’Alda Costa di Ferrara.

Nell’epoca del Covid, insieme alla pandemia, è cresciuta la popolarità della scuola. Nel momento in cui viene a mancare la scontata quotidianità delle giornate scolastiche, ci si accorge di quanto essa sia importante per la nostra vita. Negli ultimi decenni la scuola è stata depauperata di risorse (insieme alla sanità) e oltre al danno si è aggiunta anche la beffa, perché è stata fatta oggetto di attacchi mediatici che ne hanno svilito l’immagine nell’opinione pubblica. Poi, da un giorno all’altro, ecco che la scuola diventa il “centro dello sviluppo”, almeno secondo le parole che il nuovo Ministro Bianchi ha rilasciato in un’intervista. Ringraziamo per l’attenzione riservata alla scuola, ma la società non ha bisogno di un centro unico, sia esso lo stato, la chiesa o l’impresa… Trattandosi di un insieme molto variegato di realtà che richiedono tutte la stessa attenzione, sarebbe meglio che ci fossero molti “centri”, in relazione paritaria tra di loro.

Il nuovo Ministro, forte dell’iniezione di risorse che si stanno aspettando dall’Europa, si spinge a tratteggiare il modello di nuova scuola del futuro in sette punti programmatici. Al di là delle formulazioni necessariamente un po’ generiche, vale la pena soffermarsi su alcuni termini tecnici, che i frequentatori della scuola sentono risuonare da anni come “mantra”.

Primo: una scuola aperta ed inclusiva. Questo è un impegno, perché infatti oggi la scuola non è tale. Il Ministro si riferisce agli alunni disabili, il cui svantaggio dovrebbe essere colmato. Ma il segno più eclatante di una scuola chiusa ed escludente è la presenza dell’insegnamento di religione cattolica, con la sua scia di discriminazioni nei confronti degli alunni non avvalentisi. Ci aspettiamo che questa anomalia sia presa in carico dal nuovo Ministro, affinché la scuola diventi aperta e inclusiva, certamente degli alunni disabili, ma anche di tutti gli alunni, italiani e stranieri, portatori di culture, lingue e religioni diverse dalla cattolica.

Secondo: una scuola che prepari alle nuove competenze del XXI secolo. Ah, le competenze! Quelle che ognuno definisce come gli pare, che diventano subito obsolete perché sono strettamente legate alla tecnologia, che ci proiettano in avanti per cento anni? Ma che cosa sappiamo dei prossimi cento anni? Forse il Ministro conosce cose a noi ignote, ha una chiara idea di futuro… se così fosse, sarebbe bene che ci mettesse al corrente. Perché è di questo che gli studenti e gli alunni sono stati privati.

Terzo: un curricolo essenziale e in grado di integrare cultura scientifica, cultura umanistica e tecnologie digitali. Dagli anni novanta, quando un gruppo di “saggi” si mise alla ricerca dei “saperi essenziali”, fino a oggi, nella scuola si sono moltiplicate a frotte le conoscenze, le abilità e le competenze richieste agli studenti, in tutte le aree disciplinari. Infine, si sono aggiunte anche le cosiddette “educazioni”: alla cittadinanza, all’ambiente, stradale, all’alimentazione, all’affettività ecc., un insieme di pratiche scolastiche senza alcuna profondità né stabilità, senza una cornice d’insieme, una narrazione, un’idea del “sapere” che fungesse da orizzonte esplicativo dei vari saperi. Se il Ministro saprà gettare nuova luce sulla cultura pedagogica, superando la sua attuale schizofrenia, sarà un grande passo avanti.

Quarto: una scuola che valorizzi un’autonomia “responsabile e solidale”. Nel mondo del benessere materiale, in cui ciò che conta è la massimizzazione della soddisfazione personale, una scuola che parla e agisce in modo responsabile e solidale (se vogliamo dare alle parole il loro significato) dovrà essere coraggiosa, pronta ad andare controcorrente, a sfidare l’ostilità di altre agenzie e istituzioni, una comunità di persone profondamente vocate e dedite al bene comune, disposte a pagare un prezzo per i valori in cui credono, unite da un vincolo morale di altissimo profilo. Onestamente, a oggi non si vede tale classe docente o dirigente e, se mai esisterà, si sarà verificato prima un profondo e ampio cambiamento spirituale e culturale.

Quinto, sesto e settimo punto: ambienti di apprendimento e didattiche capaci di superare le “gabbie del Novecento”, una scuola capace di integrare il diritto alla salute e quello all’educazione, personale sempre più formato e qualificato per affrontare le nuove sfide. Salutiamo con grande aspettativa l’intenzione di intervenire sugli ambienti di apprendimento, cioè sulle strutture edilizie e sulle architetture scolastiche, da anni denunciate come inadeguate quando non addirittura vergognosamente in degrado. Più difficile invece coniugare diritto alla salute e diritto all’educazione, soprattutto quando a questi diritti non corrispondono altrettanti doveri.

Riguardo al personale, più formato e qualificato, incontriamo il nodo cruciale degli insegnanti. Sottopagati, bistrattati e additati al pubblico biasimo, essi sono, insieme alle famiglie, il vero motore di una scuola che funzioni. Non c’è bisogno di insegnanti esperti in test e in tecniche di valutazione, unicamente preoccupati di misurare le competenze. L’insegnante deve rifiutare il ruolo burocratico, tecnicizzato, che si tende sempre di più ad attribuirgli. La funzione dell’insegnante è una funzione intellettuale. E forse sarebbe il caso di rispolverare l’dea di “missione”, che evoca qualità che non si insegnano nell’università e nei corsi di formazione. Si dovrebbe parlare di vocazione, che fa appello anche a quelle competenze che supportano la relazione discente-docente. Ciò comporta certo la necessità di convogliare investimenti e risorse in questo ambito. Ma questo non basta, se continuano a peggiorare le condizioni materiali di lavoro, dal numero di alunni per classe, al prolungamento dell’orario, allo spezzettamento delle cattedre che violano ogni elementare principio di continuità didattica, al largo ricorso al precariato. Gli insegnanti oggi è vero sono disorientati, hanno le idee confuse su come si apprende, su come comportarsi con gli studenti, sulla propria identità professionale. Né l’agenda digitale che incombe sulla scuola promette di fare chiarezza su questi punti. Forse sarebbe necessario chiarire, con un ampio e articolato confronto pubblico, quale vogliamo che sia e quale dovrebbe essere lo scopo della scuola, la sua ragione di esistere, se ancora ce ne è una. Questo è un compito che nessun Ministro può svolgere da solo, ma è un intero paese che dovrebbe interrogarsi e cercare delle risposte.

Categorie: Educazione

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